Dico solo Pietro Ruffo!
L’arte è arte, sia che si palesi attraverso la maestria in un
dipinto, sia che sia solo un muro a secco creato pietra su pietra. Ogni
manufatto che cattura il nostro sguardo e ci trasmette un’emozione, raggiunge
l’obiettivo di suscitare riflessioni e connettere l’artista con l’universo
umano.
Colori, forme, suoni o parole sono i fondamenti di questo
mondo unico che si chiama arte, che emette la forza dei concetti trattati
generando sia plausi che critiche.
Il nostro approccio all’arte, è una esperienza che va ben
oltre al guardare e osservare, perché dal punto di vista scientifico è stato
appurato che vengono coinvolte le aree sottocorticali come l’ipotalamo e in
alcuni studi, i risultati hanno messo in evidenza una riduzione dell’ansia dopo
pochi minuti di visione di una opera.
Detto questo, io adoro tutto ciò che è arte.
Sono sempre stata affascinata dal modificare la materia al
fine di creare qualcosa di unico nel tempo; sia “utile” come le case di Les
Corbusier o una semplice “attrazione” come la Nuvola di Fuscas. Questi sono i
primi esempi che mi sono venuti in mente.
Oggi ho la fortuna di intervistare Pietro Ruffo…
…Di lei invece ho visto la bellezza che fuoriesce dalle sue
opere e questo mi ha indotto a fare una ricerca sul suo operato. Per questo
l’ho contattata, certa che sarebbe stata una buona idea farle qualche domanda.
Vorrei fare con lei un’intervista diversa dai
luoghi comuni a cui è abituato a rispondere. Nel senso che non vorrei parlare
delle sue opere e delle sue creazioni in divenire, ma vorrei mi parlasse del
creatore, del plasmatore, ossia di lei.
Partiamo dai suoi inizi.
Cosa l’ha spinto a scegliere questa strada e
perché?
Il mio percorso da artista è iniziato quando ero molto piccolo.
A casa mia si respirava arte: mia madre era una costumista e scenografa
teatrale, mio nonno, Francesco del Drago, un artista astratto e mio padre architetto.
Quando ero piccolo disegnavo come passatempo, ma con i primi
confronti con l’esterno, ho capito che l’arte richiede impegno e dedizione. Con
questo tipo di attitudine ho affrontato il mio percorso da artista,
dedicandomici con una precisione minuziosa, e con una progettazione precisa,
che senz’altro ho imparato anche durante il mio percorso di studi in
architettura.
Nessuno l’ha mai dissuaso o ostacolato?
Certo in mille persone, e facevano tutte bene, dalla mia
professoressa di arte delle medie che mi mise un 3, facendomi capire che c'era
bisogno di un impegno quotidiano, massacrante per ottenere qualcosa, ai miei
primi professori di architettura, che mi invitavano a lasciare l’università. Ma
sono stati tutti stimoli a fare meglio e li ringrazio tutti.
A cosa ha dovuto rinunciare per raggiungere la
vetta che ha raggiunto?
Ho passato in adolescenza ore, giorni, sabati a disegnare, i
miei amici mi venivano a citofonare per uscire, ma il tempo sul tecnigrafo
passava velocissimo e senza accorgermene era già mattino. Direi di non aver
rinunciato a niente perché per me quello è sempre stato il tempo speso nel
migliore dei modi, ora sono passati 30 anni e mi sembra di non aver mai alzato
la testa da quel maledetto tecnigrafo.
È mai sceso a compromessi e se sì perché?
Credo
che i compromessi siano parte integrante del mio lavoro. I compromessi sono in
realtà delle occasioni di scoprire qualcosa di nuovo, di sforzarsi per
risolvere un problema in cui la libertà non prende il sopravvento. Credo di
essere rimasto fedele a me stesso e questo è ciò che conta, ma credo anche che
per un artista sia importante dialogare con il mondo esterno e lavorare, anche
attraverso le commissioni.
La concorrenza è un bene o un male? Nel senso
che se c’è stimola l’artista a fare/dare il massimo o viene danneggiato?
La concorrenza è essenziale, non la chiamerei cosi, ma per me
guardare il lavoro dei miei colleghi è lo stimolo più grande, ogni visita che
faccio in uno studio d’artista mi carica di un energia incredibile per tornare
nel mio di studio e creare qualcosa di nuovo.
Passiamo al suo quotidiano: è soddisfatto?
Mi sento molto grato di poter fare questo mestiere, ma mai soddisfatto. Fare l’artista significa fare sempre qualcosa che non si sa fare, inventare una cosa nuova, questo ti mette in uno stato di agitazione e poi di gratificazione se riesci nel tuo intento. Un istante dopo poi devi distaccartene e portarla davanti agli occhi di un pubblico esterno.
Se si vede riflesso in uno specchio: cosa vede?
Penso che l’artista sia uno specchio esso stesso, concavo,
convesso, rotto che riflette la contemporaneità, con una capacità di avere una
proiezione verso il futuro.
Quindi se mette uno specchio davanti ad uno specchio, non può che riflettersi all’infinito.
E per concludere: a quale domanda avrebbe voluto
rispondere che nessuno le ha mai fatto?
Penso di non avere in mente questa domanda, ma che ogni
domanda che mi viene fatta possa essere uno stimolo a pensare a qualcosa di
nuovo.
Grazie mille per il tempo dedicatomi.
Roma, 31 Marzo 2026





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