lunedì 20 aprile 2026

LE SIGNORE DEL VINO

 

   Le Signore del Vino.


Quest’anno a Vinitaly sono solo andata a salutare le mie signore del vino.                                                Era un appuntamento che avevo annunciato la scorsa edizione.

 

Con loro posso fare un viaggio dentro la nostra bellissima Italia toccando in ordine alfabetico la Puglia, la Sicilia, la Toscana, e il Veneto.

Raggiungo Verona alzandomi all’alba. Viaggio da sola, quindi devo restare sobria, attenta e guardinga durante il tragitto con 5 treni fra andata e ritorno.

Tutta la penisola italiana è qui stamattina, sgattaiolo facendomi strada fra l’enorme folla e raggiungo Rosanna Melchionda

proprietaria dell’azienda Domus Hortae in provincia di Foggia. Lei mi informa che l’attività è dal 1788 della famiglia del suo consorte. L’amore che lui nutre per il suo lavoro, l’ha conquistata ed ora è lei la condottiera. Come un amazzone si destreggia fra i filari e ne ha cura. Mi dice che il vino è anche emozione. L’odori, lo assaggi, lo gusti e l’assapori. È il dolce frutto del tuo lavoro.

 In Sicilia mi aspetta Josè Rallo 

titolare dell’azienda Donnafugata. Adesso è molto anzi troppo impegnata e al volo mi fa un cenno di consenso che dice “après”. E io le indico il taccuino e mimo il telefono . C’è confusione sia nello stand che fuori.

Gente in fila per entrare nel privé, gente che si ammassa in modo disordinato, tutti scalpitano e il chiacchiericcio si eleva di tono. Lei mi offre un suo grande sorriso a dire che si ricorda di me. Lo so, era stata colpita dal fatto che conservo tuttora una loro bottiglia di bianco, riserva del 1986.

Lei è l’unica signora del vino che lo racconta attraverso il canto. Mirabile intuizione e invenzione. Il Music and wine offre un’esperienza unica in cui il vino viene abbinato ad un brano musicale. In ogni degustazione il calice vibra sulle note delle melodie in ascolto e offre un vero e proprio “dream”.

Mi sposto in Toscana da Piccini 1882 dove chiedo di conferire con un’altra signora del vino: lei è Alina Piccini.


La dolcezza in persona. Con lei ci regaliamo un quarto d’ora di pace ad un tavolo della loro sala. I nostri discorsi sono privati quindi dopo la foto di rito ci diamo appuntamento al prossimo anno.

Ultima tappa dalla signora del vino di Villa Canestrari, lei è Adriana Franchi. 

Donna saggia, con uno spirito futuribile che spicca dal racconto dei suoi progetti aziendali e programmi a lungo termine. Mi piace ascoltarla ed essere fra le prime persone ad essere informata dei loro successi e aspirazioni per il domani.


Con una grande tovaglia apparecchio idealmente la tavola. Le donne accolgono gli ospiti ed iniziano a raccontare… Io sono un ospite particolare, non posso bere in servizio e quindi mi diletto nell’ascolto. Il vino è come un incontro.

Per suggellare un incontro inviti a cena la persona o le persone che vuoi coinvolgere. Inizi con un brindisi d’apertura: l’aperitivo.

Offri bollicine italiane, direi che è appropriato un Chiuse Etna Rosé di Piccini 1882. 



Dal colore rosa tenue come l’abito di una dama d’altri tempi si presenta con una sontuosa etichetta, con raffinati ricami. Uvaggio: Nerello Mascalese, sprigiona sentori di lamponi e ribes che si alternano con quelli agrumati. Un perlage fine ma insieme persistente. Così pregusti la cena perché ogni sorso ti lascia incantata.

 





 I primi piatti li accompagni con un “Ti esti”Domus Hortae.


 Il nome si rifà a Socrate che ai suoi interlocutori domandava:” Ti esti” (che cosa è?). Rompere la retorica rappresentava il suo fondamento del dialogo. Ma aldilà della storia parliamo di questo bianco che veste oro per i bagliori che s’intravedono nel bicchiere. Raffinato è il suo bouquet di fiori bianchi, ananas, pepe bianco con note di curry. Corposo e fresco insieme.








Per esaltare i secondi piatti servi un “1888 Amarone della Valpolicelle DOCG Riserva di Villa Canestrari.



 Le uve pregiate di Corvina, Corvinone, Rondinella ed altri vitigni danno come risultato un vino che scende come una seta rosso rubino nel bicchiere, ed emana un profumo speziato, pieno e potente, difatti ha una gradazione alcolica di 16,5% Vol. ma riesce a sprigionare una elegante armonia che soddisfa anche i palati più esigenti.






E per celebrare il fine pasto passi ad un calice di Ben Ryé di Donnafugata.




Del resto se è stato scelto per offrirlo ai Capi di Stato e agli altri ospiti durante la cena ufficiale dell’Italia per celebrare l’inizio dei Giochi Olimpici 2026 è giusto berlo anche noi!

Il Ben Ryé è un passito di Pantelleria il suo nome deriva dall’arabo ‘Figlio del vento’ perché il vento è di casa a Pantelleria. Questo vento porta i profumi intensi che senti quando lo bevi. Gusti i sentori balsamici della macchia mediterranea accompagnati dalle tipiche note di uva passa, di albicocca, di agrumi e scorza di arancia candita. Le uve Zibibbo gli conferiscono il suo colore dorato con riflessi ambrati che ti portano con la mente alla sabbia dei deserti dove il sole tramonta lasciando il posto alla notte che sta per giungere.


E se su questo banchetto è ormai giunta la notte, mi piace pensare che le vere artefici del tessere trame, accordi, concludere contratti sono le donne: “Le signore del vino”.

Forse allora il vino è donna!


Germana Blandin Savoia

Verona, 12 Aprile 2026

martedì 31 marzo 2026

Dico solo Pietro Ruffo!

 

            Dico solo Pietro Ruffo!


L’arte è arte, sia che si palesi attraverso la maestria in un dipinto, sia che sia solo un muro a secco creato pietra su pietra. Ogni manufatto che cattura il nostro sguardo e ci trasmette un’emozione, raggiunge l’obiettivo di suscitare riflessioni e connettere l’artista con l’universo umano.

Colori, forme, suoni o parole sono i fondamenti di questo mondo unico che si chiama arte, che emette la forza dei concetti trattati generando sia plausi che critiche.

Il nostro approccio all’arte, è una esperienza che va ben oltre al guardare e osservare, perché dal punto di vista scientifico è stato appurato che vengono coinvolte le aree sottocorticali come l’ipotalamo e in alcuni studi, i risultati hanno messo in evidenza una riduzione dell’ansia dopo pochi minuti di visione di una opera.

Detto questo, io adoro tutto ciò che è arte.

Sono sempre stata affascinata dal modificare la materia al fine di creare qualcosa di unico nel tempo; sia “utile” come le case di Les Corbusier o una semplice “attrazione” come la Nuvola di Fuscas. Questi sono i primi esempi che mi sono venuti in mente.

Oggi ho la fortuna di intervistare Pietro Ruffo…

…Di lei invece ho visto la bellezza che fuoriesce dalle sue opere e questo mi ha indotto a fare una ricerca sul suo operato. Per questo l’ho contattata, certa che sarebbe stata una buona idea farle qualche domanda.
Vorrei fare con lei un’intervista diversa dai luoghi comuni a cui è abituato a rispondere. Nel senso che non vorrei parlare delle sue opere e delle sue creazioni in divenire, ma vorrei mi parlasse del creatore, del plasmatore, ossia di lei.

Partiamo dai suoi inizi.

Cosa l’ha spinto a scegliere questa strada e perché?

Il mio percorso da artista è iniziato quando ero molto piccolo. A casa mia si respirava arte: mia madre era una costumista e scenografa teatrale, mio nonno, Francesco del Drago, un artista astratto e mio padre architetto.

Quando ero piccolo disegnavo come passatempo, ma con i primi confronti con l’esterno, ho capito che l’arte richiede impegno e dedizione. Con questo tipo di attitudine ho affrontato il mio percorso da artista, dedicandomici con una precisione minuziosa, e con una progettazione precisa, che senz’altro ho imparato anche durante il mio percorso di studi in architettura.

                                             


Nessuno l’ha mai dissuaso o ostacolato?

Certo in mille persone, e facevano tutte bene, dalla mia professoressa di arte delle medie che mi mise un 3, facendomi capire che c'era bisogno di un impegno quotidiano, massacrante per ottenere qualcosa, ai miei primi professori di architettura, che mi invitavano a lasciare l’università. Ma sono stati tutti stimoli a fare meglio e li ringrazio tutti.


A cosa ha dovuto rinunciare per raggiungere la vetta che ha raggiunto?

Ho passato in adolescenza ore, giorni, sabati a disegnare, i miei amici mi venivano a citofonare per uscire, ma il tempo sul tecnigrafo passava velocissimo e senza accorgermene era già mattino. Direi di non aver rinunciato a niente perché per me quello è sempre stato il tempo speso nel migliore dei modi, ora sono passati 30 anni e mi sembra di non aver mai alzato la testa da quel maledetto tecnigrafo.


È mai sceso a compromessi e se sì perché?

Credo che i compromessi siano parte integrante del mio lavoro. I compromessi sono in realtà delle occasioni di scoprire qualcosa di nuovo, di sforzarsi per risolvere un problema in cui la libertà non prende il sopravvento. Credo di essere rimasto fedele a me stesso e questo è ciò che conta, ma credo anche che per un artista sia importante dialogare con il mondo esterno e lavorare, anche attraverso le commissioni.


La concorrenza è un bene o un male? Nel senso che se c’è stimola l’artista a fare/dare il massimo o viene danneggiato?

La concorrenza è essenziale, non la chiamerei cosi, ma per me guardare il lavoro dei miei colleghi è lo stimolo più grande, ogni visita che faccio in uno studio d’artista mi carica di un energia incredibile per tornare nel mio di studio e creare qualcosa di nuovo.


Passiamo al suo quotidiano: è soddisfatto?

Mi sento molto grato di poter fare questo mestiere, ma mai soddisfatto. Fare l’artista significa fare sempre qualcosa che non si sa fare, inventare una cosa nuova, questo ti mette in uno stato di agitazione e poi di gratificazione se riesci nel tuo intento. Un istante dopo poi devi distaccartene e portarla davanti agli occhi di un pubblico esterno.



                                         


Se si vede riflesso in uno specchio: cosa vede?

Penso che l’artista sia uno specchio esso stesso, concavo, convesso, rotto che riflette la contemporaneità, con una capacità di avere una proiezione verso il futuro.

Quindi se mette uno specchio davanti ad uno specchio, non può che riflettersi all’infinito.




E per concludere: a quale domanda avrebbe voluto rispondere che nessuno le ha mai fatto?

Penso di non avere in mente questa domanda, ma che ogni domanda che mi viene fatta possa essere uno stimolo a pensare a qualcosa di nuovo.


                                   

                                           

Grazie mille per il tempo dedicatomi.

Roma, 31 Marzo 2026



martedì 30 dicembre 2025

UNA FIABA D'AMORE

 

 

                                                 UNA FIABA D'AMORE
 


C’era una volta una principessa straniera e un principe nostrano triste triste.
Questa è la vera storia di un amore senza tempo che ha sconfitto pregiudizi e ha segnato l’inizio di un amore perpetuo fra due persone che solo un attimo prima erano sconosciuti l’uno all’altro.
Sembra incredibile ma quello che sto per raccontarvi, è la pura verità raccolta durante un incontro casuale ad un Vinitaly di qualche anno fa.
Le famiglie del vino sono diverse le une dalle altre e per caso, in quell’anno, mi imbattei in una dolcissima Signora che accolse con entusiasmo la mia curiosità sui fondamenti della sua azienda vinicola.

Certo è che lei, col suo dolce fare, mi ha ammaliato e glielo dico quando siamo sedute al tavolo per due chiacchiere. Lei incarna perfettamente quella luce che ha colpito i pittori del passato che con un sottile tratteggio riescono ad esaltare l’anima dei loro personaggi. Anch’io come i ritrattisti di un tempo ho visto e sentito parlare la sua anima. A volte il trascendente viene anteposto al concreto. Me ne accorsi subito, mi parlò della prima volta che lo vide. Di lui non sapeva nulla, lei era da poco arrivata in Italia con sua figlia. Temeva tutto e tutti, si chiudeva a riccio con chiunque. Si accorse che quel signore era in tutti i posti che lei frequentava. Aveva timore e non capiva. Lui era un bel signore, si faceva notare. Lei non immaginava che lui si fosse perdutamente innamorato di lei. Dopo un corteggiamento d’altri tempi si conobbero finalmente e dopo poco tempo divennero marito e moglie. Lui aveva avuto figli da un precedente matrimonio ma le disse che per lui anche la figlia di lei era come fosse stata sua figlia. Questa espressione d’amore era come un vessillo di tutto il bene che lui aveva per lei.
Mondi che non si sarebbero mai incontrati se la regia delle fiabe non avesse fondato su questa vera storia d’amore la ragione che muove il mondo.
Lei si è raccontata, e parlandomi della sua vita coniugale mi ha messo a parte di alcuni teneri ricordi. Fra i quali mi ha particolarmente colpito quello di una splendida giornata, passata col marito a raccogliere le uve ai piedi dell’Etna. E del vino, che quel rigoglioso vitigno produce, ha voluto farmi omaggio.





La bottiglia ha un design ricercato proprio come la cura che donano alla loro famiglia, che ha come il bene supremo della loro vita i figli e appena un attimo dopo il bene dei vigneti, che insieme curano e coltivano con immenso amore.

Ecco questo è l’augurio per l'anno che verrà:

“Una fiaba d’amore senza fine per tutti”.

Un ponte fra mondi diversi saldato solo dall’amore che origina ancora oggi il genere umano allora perché rinunciare ad amare? Quindi che la luce della pace possa illuminare i passi di tutti iniziando a vedere nel proprio cuore quanto bene c’è, e ci sarà lasciando per sempre i conflitti.




Germana Blandin Savoia

Torino, 30 Dicembre 2025


 

martedì 2 dicembre 2025

Architetto o curatore?


 


Architetto o curatore?

 

Essere architetto letteralmente significa esercitare l’architettura. Per architettura s’intende l’arte e la tecnica di ideare e costruire edifici.



Non sempre però ci rivolgiamo all’architetto per progettare un nuovo edificio. Molto spesso chiediamo aiuto ad un professionista per restaurare dimore antiche ed ecco che la figura dell’architetto diventa anche curatore. 



Non cura solo i muri, architravi, pietre e mattoni, gettate di cemento, travi su cui poggiare capitelli delle colonne. Studi per scaricare i pesi degli elementi sovrastanti, tutto volto al fine di recuperare quell’armonia che sembrava ormai perduta. Le case non sono solo agglomerati di materiali, ma racchiudono l’anima di chi le ha vissute o le vive, ecco perché ritengo che la figura dell’architetto possa definirsi anche curatore. 




Come un direttore d’orchestra che dirige i musicanti fra arpeggi e solfeggi, così il curatore indica dove porre l’attenzione ad un particolare arco o ad un seminterrato da recuperare. Dare linfa vitale ad immobili è la missione prioritaria di questo lavoro.

Ho visto rinascere fabbriche abbandonate, cortili che sembravano morti rivivere con nuovi ciottoli e un ruscello centrale illuminato ai bordi per rendere lo scorrere dell’acqua ancora più vivo anche la notte. Scalinate che sembrano volute come ventagli o ruote di un pavone. Mancorrenti semplici ma robusti. Insomma tutto quello che viene progettato per farci stare meglio, per farci trovare la serenità che ci avvolge quando varchiamo la soglia di casa. La stessa piacevolezza che possiamo sentire quando entriamo in una camera d’albergo curata nei minimi particolari o in una sala da pranzo che già invita le nostre papille al consumo del pranzo/cena. Fenomeni ottici come rifrazione della luce attraverso vetrate, curatori d’interni, dove un arco sesto acuto porta il nostro pensiero verso la volta celeste.

Sono sempre ammaliata dai restauri, sono sempre stupita dalle vette conquistate dai piani di un nuovo edificio. Costruire grattacieli storti o con figure stralunate.

 Ogni espressione umana è arte.



 L’uomo ha una mente estremamente ricca d’idee e certamente nulla può fermare questo fermento. L’IA non riuscirà mai a superare l’uomo perché è una macchina a cui manca l’anima. Elemento imprescindibile, argano trainante in ogni campo in cui si operi. E la fantasia? Non possiamo scordarla. Essa fa parte di noi, è la nostra impronta.

È impressionante quanto conti. È la garanzia che ci distingue, che ci porta alla commozione o ci scuote.

Intrisi di fantasia o prettamente razionali con la matematica che detta la via da seguire nei calcoli, l’architetto ha un “imprimatur” nascosto in sé. È l’assenso nel fare, nel raggiungere quel progetto, nell’impreziosire in maniera durevole un manufatto, lasciando la sua orma, il suo segno che lo distingue e lo rende riconoscibile ai più.





mercoledì 22 ottobre 2025

TRATTORIA CANTINE BARBAROUX

                                                           Trattoria CantineBarbaroux



Sei mai stato alla Trattoria CantineBarbaroux in Torino?

Se la risposta è no, consiglio d’andarci subito.

Se la risposta è sì, allora quello che racconto è un dolce riassunto.

Voglio condividere con voi, la mia esperienza in questo locale dove la certezza di mangiare solo Piemontese è in ogni piatto che avrete sul vostro tavolo.

Cominciamo col dire che esiste dal 1902. Ha dunque trascorso oltre un secolo. Ai suoi tavoli si sono avvicendati sicuramente persone illustri, e meno, a cominciare dagli operai che prestavano la loro opera nei dintorni.

Via Barbaroux rappresenta un lungo viaggio nella storia di Torino. Culturale e non, fonte d’ispirazione per gli artisti, fonte di gioia nel nutrirsi per tutti gli altri.

Un locale ad angolo che anni fa avevo adocchiato, ma poi per vicende alterne, non ero riuscita a fermarmi per pranzo.

Poi l’occasione propizia si è palesata, la scorsa settimana.

Ogni piatto è un’ovazione. Un legame col territorio, fedele alle radici. Significa proporre le prelibatezze di un tempo, rispettando le ricette con religioso rispetto.

È un appuntamento imperdibile per tutti. Piemontesi che vogliono riassaporare l’emozioni del gusto, turisti che vogliono provare cosa significano le “galupperie sabaude” partendo dagli innumerevoli antipasti, fino a giungere ai dolci.

Quando ti siedi, senti subito di essere nel posto giusto, uno sguardo al menù, ma poi lasciati guidare dai consigli delle cameriere per il piatto del giorno.

I piatti non ve li racconto. Li dovete assaggiare e gustare voi. Posso solo dirvi che qui non c’è la “nouvelle cousin” e come dico sempre io in piemontese: “Nouvelle cousin, mangi poc e at paghi bin!”

La traduzione è: “Nouvelle cousin, mangi poco e paghi tanto!”

Qui si mangia tanto e bene, come una volta.

Attualmente la gestione è famigliare, un padre e un figlio.

Basilare il cuoco che rappresenta l’eccellenza e lo dico a ragion veduta, visto che ho passato quasi una vita nel ristorante di mia cugina Ermida del famoso e mitico Miramonti in Rubiana (TO), dove persino dalla Sicilia arrivano clienti ansiosi di mettersi a tavola per assaggiare e gustare le prelibatezze proposte.

Ecco, auguro al titolare sig. Michele e suo figlio Martin, la stessa risonanza e notorietà.

 


 

Torino, 13 Ottobre 2025

 

 

 







mercoledì 10 settembre 2025

BENVENUTI DOVE L’ORO È ISPIRAZIONE

 

BENVENUTI DOVE L’ORO È ISPIRAZIONE


Siamo a VICENZA ORO, all’interno del polo fieristico della città.

Un appuntamento mondiale per gli operatori del settore.

Un amante dell’arte non può mancare, anche se qui l’arte orafa va oltre, direi che in alcuni casi rasenta il divino.

È l’eccellenza che ci viene riconosciuta in tutto il mondo per essere maestri nell’oreficeria.

Una folla composta ed educata si snoda nei corridoi degli stand dove accordi e stipule di vendita si concludono nei loro salottini, ma chi come me, viene in fiera solo per ammirare, non resta che percorrerla e fermarsi dove l’occhio viene catturato dalla ricerca del sublime, dei nuovi concetti e proposte.

Quindi eccomi davanti ad una vetrina da ammirare.

Qui parlo direttamente col Ceo Dott. Gino Di Luca della Benoi.



Lui è di Napoli e ha negozi in Roma e Firenze. La sua è un’azienda di famiglia volta all’innovazione e alla bellezza, per questo mi spiega che ha dato vita a questa collaborazione con l’India, Mumbai, creando un nuovo progetto.

Gioielli inarrivabili per i comuni mortali, ma nulla ci vieta di guardarli e di sognare per un giorno, perché effettivamente sono degni di una regina.

Gemme preziose che vengono magistralmente lavorate e assemblate nei suoi laboratori in Italia e voilà…




Sarebbe fantastico riuscire a farsi raccontare anche da altri le storie famigliari che si celano dietro queste aziende orafe. A volte sono restia a domandare, poiché sembra volersi fare i fatti altrui, ma poi la curiosità prende il sopravvento ed ecco che al Dott. Carlo Quadri Mariani pongo una serie di domande. Certamente molte cose le tengo per me, da piemontese riservata, alcune chicche invece vanno divulgate perché dietro una vetrina, dentro il negozio c’è una vita di lavoro, di sacrifici, d’intenti volti a raggiungere traguardi sempre più alti, al fine di svettare sulla concorrenza.

Studi sui materiali, oro, platino, pietre preziose da incastonare, ma poi alla domanda: “Perché ha scelto di restare in questo settore lavorativo?” Mi risponde che esiste nella sua famiglia un’arcana tradizione dove quando il bimbo è in grado di gattonare, viene circondato da una serie di oggetti che indicano le professioni. Ebbene quando la mamma l’ha portato nel cerchio con davanti diversi oggetti, lui ha scelto la lente del gemmologo, il suo destino l’aveva tracciato. Certo in modo inconsapevole, ma in realtà era già insita in lui l’arte di forgiare gioielli, portando avanti così poi da adulto l’attività della famiglia Mariani di Monza, gestita oggi insieme al fratello. 

Quindi direttamente dal suo sito Instagram sono stata autorizzata a pubblicare questo bendidio.








Poi casualmente ho incrociato l’azienda Hasbani di Milano e siccome l’avevo raccontato nel mio articolo del 2022 (A Vicenza vi porto io…), ho avuto il benestare per fotografare alcune delle sue meraviglie che di seguito pubblico.




Ringrazio i miei interlocutori di questa edizione per aver accettato di dialogare con me, nonostante fossero molto affaccendati e concludo con:

dire che la fiera è solo bella sarebbe riduttivo, l’aggettivo giusto per definirla è magnifica!

 

Vicenza, 6 Settembre 2025